“Ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne…” (Rm, 8, 3)
In queste righe che Paolo scrive ai Romani, penso possiamo cogliere pienamente il senso del peccato e della salvezza.
Peccato è allontanarsi da Dio, non seguire la sua legge.
Il peccato, dice Paolo, fa parte della natura umana. L’uomo è fatto, oltre che di spirito, di carne, e la carne ha desideri contrari allo spirito. La carne porta alla decadenza, alla morte, al peccato.
La carne, l’essere umani, tuttavia, non è peccato in sé; il vivere per soddisfare i propri bisogni terreni, egoisticamente pensando alla propria sopravvivenza, lo è.
Assecondare la carne, intendendola come la nostra naturalità fisica, porta come diretta conseguenza a “badare a se stessi”, secondo l’atavico istinto di sopravvivenza; ma quello che può essere un valore per alcuni, per il Cristiano è quanto di peggiore possa compiere nella sua vita.
Non è forse scritto “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici?”
E come possiamo pensare a dare la nostra vita, se teniamo tanto in conto le meschine soddisfazioni terrene, che durano non più di un soffio?
Nel tempo del relativismo, Paolo offre uno spiraglio a chi non vuole accettare la corsa al guadagno, al successo, al vivere moderno privo di fondamenti morali ancorati alla Legge divina.
Questo, oggi, è seguire la carne.
La carne desidera cose contrarie allo spirito. Desidera conservare e accrescere se stessa, in un ciclo vitale ed esistenziale che ha, come unica conseguenza tangibile, la morte.
La carne è mortale. Chi segue la via della vita terrena può trovare solo la morte.
Non solo: chi segue la via della carne non può seguire la Legge di Dio, perché non si possono servire due padroni.
La Legge di cui parliamo è la Legge dell’Amore: amare Dio e amare il prossimo.
Se però pensiamo soltanto a soddisfare noi stessi e le nostre velleità, come possiamo anche soltanto pensare a Dio? Come possiamo accorgerci del nostro prossimo?
Non è la carne, a essere peccato; è l’abbandonarsi, il dedicarsi completamente a essa.
È privare di noi stessi il prossimo e Dio; le due figure che dobbiamo amare sopra ogni cosa.
La carne inibisce la Legge, la rende impotente. Rende, cioè, noi impotenti di seguirla, di sceglierla.
Ecco allora la grandezza della nostra salvezza: Dio, per salvarci dalla carne, manda a sua volta il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato; come un uomo, Cristo vive, soffre e muore.
Il riscatto dell’umanità, della Terra, della carne stessa avviene attraverso la carne; da mezzo di perdizione a mezzo di salvezza; da via della morte a strumento della Vita.
Cristo ci redime. Nel mondo romano, “redemptor” era colui che riscattava il prigioniero, liberandolo. La libertà che Gesù ci dona, riscattandoci con la morte, non è solo quella dal peccato: è la libertà dalla carne, dai suoi desideri. Se viviamo assecondando i desideri della carne, del corpo, siamo schiavi di essa e del peccato, ma se siamo liberi da essa possiamo elevare il nostro spirito, negarci alla carne per vivere la comunione della nostra anima con Dio.
Libertà dalla carne è seguire lo Spirito e i suoi desideri; è essere in grado di non piegarci alla nostra umanità, ma di aspirare a giungere a essere eredi di Dio, coeredi di Cristo del Regno di Dio. Vivere secondo lo Spirito non è vivere da schiavi, come per la carne, ma vivere da figli. Partecipare alle sofferenze di Gesù, imitandolo nella tensione alla Vita.
Con Gesù la carne torna alla sua funzione originaria: essere Tempio dello Spirito, sede del soffio divino in noi. Seguire lo Spirito è ridonare alla carne la dignità perduta col peccato, rinunciare alla morte per scegliere la vera vita, quella al servizio di Dio e dei fratelli.
F. Fanasca